Son tutte tartarughe

Questa è un articolo che ho scritto qualche mese fa per The Lab, la learning community di MentorLab in cui mi prendo curo dei contenuti, fra le altre cose.


È domenica e quindi la riflessione del giorno è un po’ più lunga e inizia con una piccola storia indiana, da leggere bevendo il caffè o il te.

È la storia di un giovane che si arrampicò su una grande montagna per andare a parlare con il saggio che viveva solitario sulla cima. Si narra che questo saggio sapesse proprio tutto e avesse tutte le risposte. Il giovane era ansioso di comprendere i segreti del mondo e per questo si iniziò il suo lungo viaggio.

All’arrivo in cima alla montagna, il saggio accolse il giovane cordialmente e lo invitò a chiedergli qualsiasi cosa. Il giovane, eccitato all’idea di poter finalmente comprendere i segreti del mondo, gli fece la domanda a cui aveva pensato per tutto il viaggio: “Grande saggio, noi stiamo in piedi sopra al mondo, ma su che cosa è appoggiato il mondo?”

Il saggio rispose immediatamente e senza esitazione: “Il mondo è adagiato sulla schiena di molti grandi elefanti”.

Il giovane pensò per un momento e poi chiese: “Sì, ma su cosa sono appoggiati gli elefanti?”

E il saggio, di nuovo senza esitazione, rispose: “Gli elefanti stanno sul dorso di una grande  tartaruga”.

Il giovane corrugò la fronte insoddisfatto: “Sì, ma su cosa poggia questa grande tartaruga?”

E il saggio, sempre impassibile: “Poggia sul dorso di una tartaruga ancora più grande”.

Il giovane, frustrato, cominciò a chiedere: “Ma cosa …”

“No, no”, lo interruppe il saggio con decisione, “fermati lì – da lì in poi son tutte tartarughe fino in fondo.”


Vari studi rivelano che persone che dedicano molto tempo all’auto-riflessione sono spesso più stressate, depresse, ansiose e meno soddisfatte di altre, che dedicano meno energie all’introspezione.

Nello studiare questo fenomeno, Anthony Grant, psicologo dell’Università di Sydney, ha  scoperto che non c’è alcuna relazione tra introspezione e intuizione. In sintesi, l’atto di pensare a noi stessi non implica una reale maggiore conoscenza di noi stessi. Anzi, in alcuni casi, si verifica il contrario: più tempo i partecipanti allo studio dedicavano all’introspezione, meno conoscenza di sé avevano. 

Un altro studio condotto su oltre 14.000 studenti universitari americani ha evidenziato una correlazione fra l’introspezione è un peggioramento del benessere psico-fisico degli studenti.

Insomma, l’assunto che l’introspezione generi maggiore auto-consapevolezza è un mito.

Questo non tanto perché l’introspezione sia in se inefficace, ma è perché tendenzialmente la facciamo in modo completamente sbagliato. 

Spinto da quella che lo psicologo turco Omer Simsek chiama “la necessità della verità assoluta”,  continuiamo a scavare e scavare pensando di poter arrivare ad un certo punto alla rivelazione.

La verità è che da un certo punto in poi, son tutte tartarughe.  E restiamo intrappolati in questa spirale in discesa, iniziamo a raccontarci le stesse cose allineandole alle nostre convinzioni più profonde diventando auto-referenziali.

Tre consigli per rendere l’introspezione più efficace.

Ispirati dal libro “Insight: How to succeed by seeing yourself clearly” di Tasha Eurich.

Uno: abbandona l’idea che esista un’unica grande e assoluta verità, e rimani flessibile. Quando rifletti su te stesso, punta a raccogliere più idee possibili per poi testarle attraverso l’esperienza.

Due: osserva anziché rispondere. Lascia parlare le azioni. Quando ci facciamo le domande e proviamo anche a rispondere usando la riflessione, creiamo una sorta di corto-circuito. Cerchiamo di essere il giovane e il saggio allo stesso tempo. Ma i nostri pensieri, e quindi le nostre risposte a noi stessi, sono condizionati dalle nostre convinzioni più profonde. Per evitare questa trappola, possiamo fare le domande e poi osservare per un po’ i nostri comportamenti con l’obiettivo di trovare le risposte alle domande. Le nostre azioni sono spesso più oneste delle nostre parole.

Tre: sostituisci la parola “perché” con le parole “cosa” e “come” nelle tue domande. Quando chiedi perché attivi il giudizio e ti arrotoli attorno alle risposte che ti fanno stare meglio, quelle che si allineano alle tue convinzioni. Quando ti chiedi perché la tua attenzione rimane sui problemi da risolvere, e ti porta a dare colpe invece di farti guardare avanti in modo sano e costruttivo.

Usando le parole “cosa” o “come” nelle nostre domande, spostiamo l’attenzione in avanti, sulle opportunità e le possibili soluzioni.

Tu come che rapporto hai con l’introspezione? Quali tecniche usi per ascoltarti?


Mors tua, vita mea

Ho scritto questo post di getto diversi mesi fa ma, per vari motivi, non l’ho mai publicato. Forse per la prossimità agli eventi o per il coinvolgimento emotivo di quei giorni. Forse perché l’ho scritta più che altro per me, per processare quello che provavo. O forse è solo mancanza di coraggio, e la mia consueta titubanza nell’esprimere qualcosa che sembri un’opinione o un prendere posizione. Me l’ero anche quasi dimenticato, perso in un angolo del mio computer. Poi capita che qualche messaggio lo riporti alla memoria. E mentre lo rileggo sento che è ancora mio e ha ancora un senso. E che forse ora, con la distanza, sono pronto a condividerlo. Così come l’ho scritto, senza modifiche e con una piccola nota aggiuntiva in coda.

“Mors tua, vita mea” è una  locuzione  latina nata nel medioevo. 

Morte tua, vita mia o la tua morte è la mia vita. 

Il significato letterale è decisamente truce. Fondamentalmente racchiude l’idea che dal tuo fallimento derivi un vantaggio per me.  Insomma, è un’espressione che a me comunica competizione, individualismo e opportunismo. Spesso viene anche usata per descrivere la durezza del mondo da chi vede la vita come una continua lotta per la sopravvivenza.

Mors tua, vita mea.

Questa espressione mi è venuta in mente recentemente, davanti a una griglia di acciaio e a un cartello blu con scritto in bianco “Proprietà privata”. 

Dietro quel cartello c’è un piccolo pezzo di verde, qualche albero che ha già regalato quasi tutte le sue foglie all’autunno, due panchine e un sentiero che lo taglia in due. Una sorta di uscita dal retro del quartiere. Un passaggio che ho percorso migliaia di volte, fin da bambino. Per andare a scuola, per andare in parrocchia, per andare alla sagra del paese, per andare a prendere il pane, per andare a trovare qualcuno, a volte anche solo per andare e basta.

Questo piccolo angolo di verde ha una storia lunga, quasi come la mia. 

Nasce quarant’anni fa e all’inizio sembrava tutto tranne un giardino con un sentiero. Era il retro di una fabbrica dismessa. Sterpaglie e cianfrusaglie ovunque. Uno di quei posti dove da ragazzi ci passi perché cerchi il brivido dell’avventura. Ma era anche la scorciatoia segreta per andare a scuola e risparmiare quei due minuti essenziali. 

Era l’inizio degli anni 80 e quella che prima era solo una strada diventava velocemente un piccolo quartiere. Nuove case, nuovi condomini. E il bisogno di rendere vivibile il quartiere. Per questo il comune dell’epoca chiedeva ai costruttori di prevedere degli spazi verdi per dare il permesso di costruire una nuova palazzina. Grazia a uno di questi accordi, la scorciatoia segreta perse la sua magia ma diventò un sentiero dentro un piccolo angolo verde pubblico. Meno avventuroso ma sicuramente più utile a tutti.

Non sempre il comune ha avuto le risorse per mantenere l’area. Ricordo i primi periodi in cui l’erba cresceva senza controllo, qualche ragazzo ci passava a bomba in motorino, i maleducati che son sempre esistiti gettavano le cartacce a terra. In uno di quei bei esempi di comunità che si prende cura di se stessa, un gruppo di uomini, tra cui mio padre, propose al comune di curare il luogo in cambio di poche cose come un lampione e un cartello di divieto per i motorini. Da li una serie di fine settimana a ripulire gli spazi, tagliare l’erba, mettere i cestini e le panchine, e poi pavimentare il sentiero. Per anni bambini e bambine ci sono passati per andare a scuola, gli anziani per andare a far la spesa o al bar. 

Purtroppo, in quei floridi anni 80 si costruiva molto ma non si faceva molta attenzione ai passaggi burocratici. Qualche errore, diverse mancanze. La proprietà di quel piccolo angolo verde non venne mai trasferita al comune e rimase quindi al costruttore dell’epoca. Insomma, quello spazio che tutti credevamo e sentivamo pubblico, legalmente non lo era. Cercare colpe e responsabilità del passato credo sia poco utile ormai. Come dice Taleb “la burocrazia è un costrutto attraverso il quale una persona è convenientemente separata dalle conseguenze delle sue azioni.“  Certo è che le conseguenze degli errori del passato esplodono di colpo nel presente.

Qualcuno vuole quel pezzo di verde. Scopre che è privato, va dal proprietario e se lo compra. La comunità si sente ferita, il comune interviene ma non si riesce ad impedire la cosa. I nuovi proprietari chiudono lo spazio con una rete e appare il cartello blu che dice “Proprietà privata”.  

La cosa era nell’aria da un po’ e avrai dovuto essere pronto, ma quel cartello mi ha colpito e chiuso lo stomaco molto più di quanto mi aspettassi. Da dove viene questo dolore?

Egoisticamente, potrei dire che per la mia vita e le mie abitudini la chiusura di quel piccolo angolo di verde, e del sentiero che lo attraversa, non ha praticamente alcun impatto rilevante. Emotivamente è una bella scossa, penso a quanto amore mio padre, che non c’è più, aveva messo in quello spazio e sento una strizza al cuore. Respiro lo spaesamento e il dolore delle persone attorno a me, chi ha vissuto qui per quarant’anni e chi è arrivato da poco. Quel piccolo pezzo di verde era di tutti e ora si sentono derubati di qualcosa di loro. 

Ed è proprio processando tutte queste sensazioni che quelle parole in latino sono apparse.

Mors tua, vita mea.

L’errore o la mancanza di qualcuno usata da altri per ottenere ciò che desiderano. 

Mors tua, vita mea.

Quante persone sono intrappolate nell’idea che la vita sia una questione di sopravvivenza? Che il mondo sia una giungla dove vale la legge del più forte? Quante persone si muovono guardinghe fra le cose e la gente, cercando prede ed evitando predatori?

Ecco, questa è la cosa che mi rende più triste. Osservare quanto sia facile mettere noi stessi sopra la collettività. Farsi intrappolare nell’idea che ciò che conta sia solo la propria vittoria, l’ottenere ciò che si vuole per sé. Anche se questo può ferire gli altri.

“Molte persone vedono il mondo come un luogo minaccioso e, poiché lo fanno, il mondo si rivela, in effetti, un luogo minaccioso.” da L’Alchemista di Paulo Cohelo

Non lo facciamo intenzionalmente, non sempre almeno. Non c’è la volontà di ferire altri. Nella nostra testa stiamo agendo per il bene nostro e dei nostri cari. Costruiamo storie che ci fanno sentire bene con la nostra coscienza, ci convinciamo che non abbiamo fatto nulla di male. E se qualcuno soffre? Beh, il mondo è una giungla, farebbero tutti lo stesso. 

Ma io non voglio accontentarmi.  Io so che un mondo migliore è possibile. E so che per crearlo serve una nuova consapevolezza. Una che ci aiuti ad andare oltre la separazione fra noi e gli altri e realizzare che siamo una cosa sola.

Mentre scrivo queste parole, la rabbia si scioglie lentamente in compassione. Compassione per me stesso, per la mia rabbia e il senso di impotenza davanti a questo diffuso individualismo. Compassione per tutti coloro che sono inconsapevolmente intrappolati nel paradigma del “mors tua vita mea”. Perché così facendo perdono un’opportunità di crescere e di realizzare pienamente il loro potenziale. 

Chiudo pensando alle foto che proprio in questi giorni mi ha inviato mia sorella. Le foto di una bellissima serata sull’inclusione e la diversità. Una serata con un sacco di gente, ragazzi e ragazze di una bellezza disarmante che si mettono al servizio disinteressato di altri. Sorrisi che mi ricordano quanta bellezza può creare l’essere umano quando si ricorda di essere umano.

Quei sorrisi mi danno forza e speranza. 

I sorrisi potenti di chi ha capito che se non vinciamo tutti, allora non avrà vinto nessuno.

***

Nei mesi trascorsi da quando ho scritto questo post molte cose sono successe, non ultima questa pandemia che ha ribaltato la realtà e la vita di tutti. Anche io sono cambiato. Sono sempre più consapevole della complessità della vita e degli essere umani. Uno dei rischi, quando si sente di aver subito un torto, è convincersi di essere dei buoni e vedere chi sta dall’altro lato degli eventi come i cattivi di turno. Ma, appunto la realtà è complessa. Tutti noi, io per primo, ci confrontiamo con la tensione fra i nostri desideri individuali e quelli collettivi. A volte prevale l’istinto di sopravvivenza, quel mors tua vita mea di cui ho scritto. Qualche volta ci sacrifichiamo per gli interessi collettivi. Qualche volta riusciamo a trovare la sintesi che crea valore per noi e per gli altri, quella che unisce e non divide. È un viaggio in cui è importante accettare le nostre imperfezioni, riconoscere le volte in cui inciampiamo, saper chiedere scusa e saper perdonare, continuando a cercare di essere ogni giorno un po’ migliori. Per farlo però abbiamo bisogno di dire le cose, di avere le conversazioni, di non nasconderci. E per questo ho bisogno di condividere questo post, anche a distanza di mesi.

“Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a qualcun altro. La vera nobiltà consiste nell’essere superiore a chi eravamo ieri.”

Ernest Hemingway

Il tuo 2018

Eccoci qui, ormai alla fine del 2018.

Ancora pochi giorni e anche quest’anno farà parte del passato.

Per alcuni di noi, questi giorni sono anche un’opportunità per rallentare, guardare indietro, analizzare l’anno appena passato e magari fissare alcuni obiettivi per il nuovo. Vittorie e sconfitte, successi e insuccessi, le cose che abbiamo iniziato e le cose che abbiamo chiuso, le persone che abbiamo incontrato e quelle che abbiamo perso.

E tu, come analizzi il tuo 2018?

Negli anni passati ho quasi sempre fatto una revisione dell’anno orientata alle prestazioni. Misuravo l’anno attraverso il filtro degli obiettivi e delle intenzioni che avevo stabilito 12 mesi prima. E poi pianificavo alcuni obiettivi SMART per i 12 mesi seguenti.

Ad essere onesti, non ha sempre funzionato bene. Se hai letto alcuni dei miei articoli precedenti, probabilmente sai già che non sono molto bravo con gli obiettivi.

Quindi quest’anno ho deciso di fare le cose in modo un po’ diverso. Ho deciso di guardare al passato attraverso le lenti del futuro e guardare al futuro attraverso le lenti del passato.

Mi sono sfidato ad analizzare il 2018 come se tutto l’anno sia stato solo una preparazione per il prossimo. Tutto quello che ho fatto, tutto quello che è successo, tutte le mie esperienze erano destinate a prepararmi per il miglior anno di sempre; il 2019 in arrivo.

Con questa attitudine, ho spostato l’attenzione dagli obiettivi e dalle prestazioni ai miei apprendimenti e alla mia evoluzione come essere umano. Questo filtro ha dato un nuovo significato a tutti ció che ho vissuto negli ultimi dodici mesi e mi ha fatto sentire molto più positivo riguardo al mio futuro. Mi ha permesso di trovare più chiarezza sulla mia direzione futura, e ora mi sento pronto per festeggiare la fine del 2018 al meglio.

Ho creato un documento con tutte le domande che ho scritto per la mia revisione di fine anno.  Puoi scaricarlo da qui.

Spero ti possa aiutare a trovare alcuni intuizioni utili per progettare le tue avventure nel 2019!

Questa non è la fine, questo è solo l’inizio.

“Quando realizzi i tuoi sogni, l’importante non è tanto quello che ottieni ma la persona che sei diventato nel realizzarli. – Henry D. Thoreau

Come sanno le persone che mi conoscono meglio, non sono particolarmente bravo nel celebrare i miei risultati, nel premiarmi per un obbiettivo raggiunto.

Sono sempre stato cosí.

Inquieto.

Quando arrivo in qualche luogo, la mia mente sta già pensando alla prossima meta. Non appena completo qualcosa, sono già proiettato sulla prossima cosa da fare.

Non posso dire che sia un problema, ovviamente. Ma é qualcosa che mi infastidisce.

In particolare perché premiarsi é un modo efficace per auto-motivarsi ad ottenere dei risultati. Poiché non sono particolarmente attratto da premi e celebrazioni, non posso usare questo trucco per spingermi ad agire.

Fortunatamente, grazie ai miei coach ho potuto lavorare su questo aspetto, trovare cosa mi motiva e creare delle vie alternative per portarmi ad agire. Come splendidamente espresso da Thoreau nella citazione in apertura, la mia crescita e la mia trasformazione sono la mia sorgente di motivazione.

Ma, la sensazione di perdermi qualcosa, in questo mio fuggire dalla celebrazione, rimane.

La storia di questo articolo é un perfetta rappresentazione del mio rapporto complicato con premi e celebrazioni.

Il 31 luglio ho completato il percorso di formazione presso ICA conseguendo il Coach Training Certification.

Questo traguardo é il risultato di 13 mesi di studio, lavoro e sacrifici, miei e di chi mi sta vicino.

Ho pensato quindi che fosse un’ottima occasione per celebrare il risultato e scriverci un articolo dedicato sul mio blog.

9 giorni dopo, mentre scrivo queste parole, ho perso il conto di quante volte ho scritto, modificato, cancellato e riscritto questo articolo. Per tutto questo periodo non riuscivo a capire cosa volessi condividere.

Il perché dietro queste parole.

Era voglia di celebrare il risultato? Desiderio di far sapere a tutti cosa ho fatto nell’ultimo anno? Ho magari solo voglia di massaggiare il mio ego? O forse un modo di legittimare i sacrifici che ho fatto, e che hanno fatto la mia compagna e la mia famiglia, per arrivare fino a qui?

E mentre tutte queste domande si inseguivano nella mia testa, io continuavo a scrivere e cancellare.

Cosa c’é di sbagliato nel celebrare un risultato? Perché é così difficile per me scrivere due parole su ciò che ho realizzato?

La risposta é emersa oggi e, come spesso accade, é apparentemente sbucata dal nulla mentre guardavo da un’altra parte.

Questa mattina, una cara amica mi ha inviato la foto di un sole che spunta all’orizzonte.

E ho iniziato a pensare al mio amore per l’alba.

A quel fugace momento di sospensione fra la scia di una notte che sta finendo e la promessa di un nuovo giorno che sta per iniziare.

Mi sono ricordato di quanto mi piace stare nello spazio fra le cose. Di quanto mi piacciono gli aeroporti e le stazioni.

Mi é tornato in mente di quanto rimasi affascinato dal concetto del Bardo, lo stato liminale fra la morte e la rinascita di alcune filosofie orientali.

Ed eccola la mia risposta. É sempre stata li, ma io non riuscivo a vederla.

Non amo le celebrazioni perché parlano solo della fine.

Ciò che davvero mi fa sentire vivo é quello momento liminale fra la fine di un viaggio e l’inizio di quello successivo.

Una fine non mi basta. Ho bisogno di un nuovo inizio per poter sentire tutta la forza del respiro sospeso fra nuovo e vecchio, fra passato e futuro.

E la consapevolezza dell’evanescenza di questi momenti me li rendi ancora più preziosi.

Eccolo. Finalmente ho trovato il perché a questo articolo.

Queste parole non celebrano il mio risultato ma sono il mio modo di condividere una rivelazione. Il mio premio é il piacere di stare in questo spazio liminale.

Il mio percorso come studente che arriva a destinazione e una nuova avventura che si apre davanti a me.

Destinazione; ignota.

Post scriptum.

“Da soli si cammina veloci, ma insieme si va lontano.”

Una delle pratiche con cui all’alba accolgo un nuovo giorno, é un esercizio di gratitudine. Ed é quindi esprimendo gratitudine che voglio accogliere questa nuova avventura davanti a me.

Non si arriva lontano in un percorso come questo senza il supporto di un’ottima squadra.

E la mia é fatta di persone straordinarie.

I fantastici insegnanti di ICA e gli studenti da ogni angolo del pianeta da cui e con cui ho imparato ogni giorno. Il gruppo unico e pieno di energia degli studenti italiani. I miei meravigliosi clienti e coach. I miei amici che mi hanno sempre supportato. La mia famiglia che mi ama anche se sono un po’ strano. Mio padre che anche se non é in questo mondo é sempre presente con il suo esempio di integrità e gentilezza. Mio fratello Sujith e tutte le persone straordinarie di Being At Full Potential. Rossella che con la sua infaticabile presenza, energia, guida, ottimismo e fiducia é una continua fonte di ispirazione. Lorena che crede in me piú di quanto lo faccia io stesso, e che mi ispira ogni giorno ad essere un uomo migliore.

Questa non é la fine, questo é solo l’inizio.

Sviluppa la tua autoconsapevolezza per aumentare la tua produttività

Sono cresciuto nell’Italia del nord-est, una delle zone più produttive del paese. Quando ero studente, ricordo che gli adulti intorno a me lavoravano molto e duramente. Mio padre lavorava spesso 10 ore al giorno, cinque giorni alla settimana, più il sabato mattina. Tutti erano soliti misurare lo stato di salute di una fabbrica in base al numero di straordinari che i lavoratori potevano fare in una settimana. Poi é arrivata la crisi. Ricordo i commenti sulle aziende che avevano problemi; “le cose van proprio male, hanno dovuto smettere di lavorare il sabato“.

Quella cultura del lavoro è un esempio della “Religione della frenesia” che Mark Manson descrive in modo eccellente in questo articolo (in inglese). Ho poi trovato la stessa cultura lavorativa quando ho iniziato a lavorare nel settore della tecnologia e del digitale. Sia le start-up che le agenzie celebravano, e continuano a celebrare la corsa frenetica a fare di più. Ovunque si parla molto dell’equilibrio vita-lavoro, ma alle le persone che sacrificano il fine settimana per un progetto sono guardare con riguardo e ammirazione. È la competizione, in fondo. Vuoi risultati? Devi lavorare sodo. Più e meglio dei tuoi concorrenti. E in fondo sembra funzionare. Ma a quale prezzo? Il risultato spesso sono persone stressate ed esauste, che devono prendersi un anno sabbatico per recuperare. E nemmeno i risultati in fondo, sono cosí eccezionali.

Il problema è che il lavoro non è una funzione lineare; la produttività non aumenta in modo lineare aggiungendo più lavoro. Come spiega Manson, la maggior parte del lavoro ha una resa decrescente o addirittura negativa nel tempo. Se spingi forte, per un lungo periodo, raggiungerai un punto in cui il tuo cervello sarà esausto. Da quel momento il guadagno incrementale sarà marginale, inizierai a fare scelte sbagliate con effetti spesso negativi sui risultati finali.

Nel suo libro “The 4-Hour Body”, Timothy Ferris spiega il concetto di Minimum Effective Dose. Il MED è la dose più piccola di qualcosa che produce il risultato desiderato. Qualunque altro sforzo oltre il MED è uno spreco. Il MED per far bollire l’acqua è 100º alla pressione dell’aria standard. Temperature più elevate non la faranno bollire di più; consumeranno solo più risorse. Per essere produttivi, è importante sapere qual è il risultato atteso dal tuo lavoro e qual è il tuo MED, la quantità di lavoro minimo necessario per produrre il risultato voluto. Come dice ogni esperto di produttività; devi lavorare meglio, non di più.

Per tua fortuna, ci sono un sacco di libri, siti web, classi e strumenti che propongono strategie per aumentare la tua produttività. Ti insegnano come lavorare meglio piuttosto che di più. Insomma, sembra facile. Devi solo scegliere una strategia, impararla, applicarla e otterrai i risultati voluti.

La mia esperienza personale mi ha insegnato che, purtroppo, non è così semplice. Ho visto team passare attraverso processi faticosi e stressanti per adottare nuovi strumenti e strategie senza ottenere risultati significativi. In questi ultimi anni dedicati a migliorare me stesso, ho provato personalmente diversi strumenti. Alcuni hanno funzionato, altri no.

E mi sono chiesto perché, Perché tutte queste strategie, che hanno dimostrato di funzionare in molti contesti, grazie alle quali diverse persone e aziende hanno raggiunto risultati notevoli, non funzionano. Se funziona per gli altri, dovrebbe funzionare anche per me. O no?

“Perché vedi, questo potrebbe sorprenderti, ma non tutto il lavoro è stato creato uguale.”  — Mark Manson

Non tutto il lavoro è stato creato uguale. E, vorrei aggiungere, non tutti i lavoratori sono uguali. Scegliere una strategia o uno strumento di successo non è sufficiente per ottenere i risultati desiderati. Ogni lavoro ha le sue specificità. Ciò che è efficace per gestire la creazione di utensili potrebbe non funzionare se sto cercando di scrivere un libro. Anche quando i lavori sono simili, i lavoratori sono molto probabilmente diversi. Le circostanze possono essere paragonabili, ma noi, in quanto essere umani, siamo tutti unici. Hai solo un modo per scegliere gli strumenti e le strategie giuste; conoscerti meglio

Prima di ogni altra cosa, il primo strumento di cui hai bisogno è la consapevolezza. Devi capire e conoscere i tuoi limiti, le tue debolezze e soprattutto i tuoi punti di forza. Devi trovare le tue leve giuste per aumentare la tua produttività. Solo una volta cresciuta l’autoconsapevolezza, sarai in grado di fare le scelte giuste

“La consapevolezza ispira le scelte e le scelte creano i risultati.” – Robin Sharma.

Ispirato dalle parole del mio amico Sujith di Being At Full Potential, ho capito che stavo guardando la produttività dalla prospettiva sbagliata. Mi stavo concentrando sulle cose che stavo facendo dimenticandomi di esplorare e far crescere il mio essere. La mia unicità

Quando l’ESSERE é risvegliato, il FARE prospera.

Negli ultimi mesi ho messo da parte la maggior parte degli strumenti e le strategie che usavo per gestire il mio tempo e la mia produttività, e sono passato ad una nuova modalità di ascolto. Presto più attenzione alle mie emozioni, sia quando sono produttivo che quando non lo sono. Ogni mattina scarico i miei pensieri su un diario. Scrivere è il mio modo di ascoltare me stesso. Conservo un “registro delle attività buone”, ispirato da Designing your life, per tracciare il mio sentire nei momenti del giorno in cui sono impegnato. E più mi conosco, più posso sfruttare i miei punti di forza e posso usare efficientemente la mia energia e il mio tempo.

L’autoconsapevolezza è il mio segreto per una migliore produttività. E il tuo qual è?

Photo by Calum MacAulay on Unsplash