Son tutte tartarughe4 min read

Questa è un articolo che ho scritto qualche mese fa per The Lab, la learning community di MentorLab in cui mi prendo curo dei contenuti, fra le altre cose.


È domenica e quindi la riflessione del giorno è un po’ più lunga e inizia con una piccola storia indiana, da leggere bevendo il caffè o il te.

È la storia di un giovane che si arrampicò su una grande montagna per andare a parlare con il saggio che viveva solitario sulla cima. Si narra che questo saggio sapesse proprio tutto e avesse tutte le risposte. Il giovane era ansioso di comprendere i segreti del mondo e per questo si iniziò il suo lungo viaggio.

All’arrivo in cima alla montagna, il saggio accolse il giovane cordialmente e lo invitò a chiedergli qualsiasi cosa. Il giovane, eccitato all’idea di poter finalmente comprendere i segreti del mondo, gli fece la domanda a cui aveva pensato per tutto il viaggio: “Grande saggio, noi stiamo in piedi sopra al mondo, ma su che cosa è appoggiato il mondo?”

Il saggio rispose immediatamente e senza esitazione: “Il mondo è adagiato sulla schiena di molti grandi elefanti”.

Il giovane pensò per un momento e poi chiese: “Sì, ma su cosa sono appoggiati gli elefanti?”

E il saggio, di nuovo senza esitazione, rispose: “Gli elefanti stanno sul dorso di una grande  tartaruga”.

Il giovane corrugò la fronte insoddisfatto: “Sì, ma su cosa poggia questa grande tartaruga?”

E il saggio, sempre impassibile: “Poggia sul dorso di una tartaruga ancora più grande”.

Il giovane, frustrato, cominciò a chiedere: “Ma cosa …”

“No, no”, lo interruppe il saggio con decisione, “fermati lì – da lì in poi son tutte tartarughe fino in fondo.”


Vari studi rivelano che persone che dedicano molto tempo all’auto-riflessione sono spesso più stressate, depresse, ansiose e meno soddisfatte di altre, che dedicano meno energie all’introspezione.

Nello studiare questo fenomeno, Anthony Grant, psicologo dell’Università di Sydney, ha  scoperto che non c’è alcuna relazione tra introspezione e intuizione. In sintesi, l’atto di pensare a noi stessi non implica una reale maggiore conoscenza di noi stessi. Anzi, in alcuni casi, si verifica il contrario: più tempo i partecipanti allo studio dedicavano all’introspezione, meno conoscenza di sé avevano. 

Un altro studio condotto su oltre 14.000 studenti universitari americani ha evidenziato una correlazione fra l’introspezione è un peggioramento del benessere psico-fisico degli studenti.

Insomma, l’assunto che l’introspezione generi maggiore auto-consapevolezza è un mito.

Questo non tanto perché l’introspezione sia in se inefficace, ma è perché tendenzialmente la facciamo in modo completamente sbagliato. 

Spinto da quella che lo psicologo turco Omer Simsek chiama “la necessità della verità assoluta”,  continuiamo a scavare e scavare pensando di poter arrivare ad un certo punto alla rivelazione.

La verità è che da un certo punto in poi, son tutte tartarughe.  E restiamo intrappolati in questa spirale in discesa, iniziamo a raccontarci le stesse cose allineandole alle nostre convinzioni più profonde diventando auto-referenziali.

Tre consigli per rendere l’introspezione più efficace.

Ispirati dal libro “Insight: How to succeed by seeing yourself clearly” di Tasha Eurich.

Uno: abbandona l’idea che esista un’unica grande e assoluta verità, e rimani flessibile. Quando rifletti su te stesso, punta a raccogliere più idee possibili per poi testarle attraverso l’esperienza.

Due: osserva anziché rispondere. Lascia parlare le azioni. Quando ci facciamo le domande e proviamo anche a rispondere usando la riflessione, creiamo una sorta di corto-circuito. Cerchiamo di essere il giovane e il saggio allo stesso tempo. Ma i nostri pensieri, e quindi le nostre risposte a noi stessi, sono condizionati dalle nostre convinzioni più profonde. Per evitare questa trappola, possiamo fare le domande e poi osservare per un po’ i nostri comportamenti con l’obiettivo di trovare le risposte alle domande. Le nostre azioni sono spesso più oneste delle nostre parole.

Tre: sostituisci la parola “perché” con le parole “cosa” e “come” nelle tue domande. Quando chiedi perché attivi il giudizio e ti arrotoli attorno alle risposte che ti fanno stare meglio, quelle che si allineano alle tue convinzioni. Quando ti chiedi perché la tua attenzione rimane sui problemi da risolvere, e ti porta a dare colpe invece di farti guardare avanti in modo sano e costruttivo.

Usando le parole “cosa” o “come” nelle nostre domande, spostiamo l’attenzione in avanti, sulle opportunità e le possibili soluzioni.

Tu come che rapporto hai con l’introspezione? Quali tecniche usi per ascoltarti?


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